Locanda RIMBAUD

Disse Valade, quando Rimbaud lesse Il battello ebbro, durante una cena dei Vilains Bonshommes:
Fu esibito, sotto gli auspici di Verlaine, un prodigioso poeta di meno di 18 anni, che si chiama Arthur Rimbaud.
Grandi mani, grandi piedi, volto assolutamente infantile e che potrebbe meglio adattarsi a un bambino di 13 anni, occhi di un azzurro intenso, un carattere più selvaggio che timido, così è fatto questo ragazzino la cui immaginazione, piena di incredibili potenze e di corruzioni, ha affascinato e terrificato tutti i nostri amici.
Arriva da Charleville, con la ferma intenzione di non rivedere più la sua città natale né la sua famiglia.
E' nato un genio.
Verlaine:
Non era né il Diavolo né il buon Dio, era Arthur Rimbaud, cioè un grandissimo poeta, assolutamente originale, di un sapore unico, prodigioso linguista [...] la cui vita è tutta rivolta in avanti nella luce e nella forza, bella per la sua logica e per la sua unità come la sua opera.
Jean Cocteau:
Arthur Rimbaud fu l'essere più straordinario che abbia mai solcato la terra. Fu un miracolo, un fenomeno d'ordine sovrannaturale per la sua tremenda precocità e il mistero del suo destino, che rimane impenetrabile come il suo genio.
l'amico Ernest Delahaye:
La sua sola bellezza era negli occhi, di un azzurro pallido irradiato da un azzurro scuro - i più belli che abbia mai visto - con un'espressione di coraggio pronta a qualsiasi sacrificio quando era serio, di una dolcezza infantile, squisita quando rideva, e quasi sempre di una profondità e di una tenerezza stupefacenti.
Patti Smith:
Il primo poeta punk. Il primo uomo che abbia mai fatto una forte dichiarazione in favore della liberazione delle donne, affermando che quando le donne si saranno liberate dalla lunga schiavitù degli uomini esse proromperanno realmente. Nuovi ritmi, nuove poesie, nuovi orrori, nuove bellezze.
L'uomo dalle suole di vento. Paul Verlaine
Pubertà perversa e stupenda. Stephane Mallarmé
Girasole intirizzito. André Breton
Meraviglioso ragazzaccio. Philippe Soupault
Ribelle incarnato. Henry Miller
Uno 'spirito' del più alto rango nel corpo di un fanciullo vizioso e terribile. Un mostro di purezza. J.Rivière
Il primo poeta di una civiltà non ancora nata.René Char
Grande e ammirevole poeta, il massimo del suo tempo, oracolo sfolgorante. Albert Camus
Tutto è inconcepibile in Rimbaud, tranne il suo silenzio. ha cominciato dalla fine. Emile Cioran
Il caso più stupefacente, inquietante e insolubile nella poesia da me conosciuta. Oserei dire che fa parte a sé, senza le naturali parentele che tutti i poeti hanno fra di loro. Aldo Palazzeschi
Al di fuori di ogni letteratura, e probabilmente al di sopra. Félix Fénéon
Psicopatico costituzionale. dott. J. H. Lacambre
L'iniziatore dei ritmi della prosa moderna, e la base dalla quale hanno avuto origine tutte le meditazioni del genere. Edith Sitwell

LETTERA DEL VEGGENTE

A Paul Demeny Charleville, 15 maggio 1871

[...] Io è un altro. Se l'ottone si desta tromba, non è certo per colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d'archetto; la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell'Io che il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accatastato i prodotti del loro guercio intelletto, proclamandosene fieramente gli autori!
[...]
Funzionari, scrittori: autore, creatore, poeta, quest'uomo non è mai esistito!
Il primo studio dell'uomo che voglia essere poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l'indaga, la tenta, l'impara. Appena la sa, deve coltivarla; la cosa sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il proprio progresso intellettuale! - Ma si tratta di fare l'anima mostruosa: come i comprabambini, insomma! Immagini un uomo che si pianti verruche sul viso e le coltivi.
Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d'amore, di sofferenza, di pazzia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, - e il sommo Sapiente! - Egli giunge infatti all'ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all'ignoto, e quand'anche, smarrito, finisse col perdere l'intelligenza delle proprie visioni, le avrà pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti sui quali l'altro si è abbattuto!
[...]
Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco.
Ha l'incarico dell'umanità, degli animali addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l'informe, Trovare una lingua; - Del resto, dato che ogni parola è idea, verrà il tempo di un linguaggio universale! [...]
Questa lingua sarà dell'anima per l'anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e che tira. Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell'anima universale: egli darebbe di più - della formula del suo pensiero, della notazione della sua marcia verso il Progresso! Enormità che si fa norma, assorbita da tutti, egli sarebbe veramente un moltiplicatore di progresso!
Quest'avvenire sarà materialista, come lei vede; - Sempre piene di Numeri e di Armonia, queste poesie saranno fatte per restare.
[...]
L'arte eterna avrebbe la sua funzione, così come i poeti sono cittadini! La Poesia non ritmerà più l'azione; sarà più avanti.
Nel frattempo, chiediamo ai poeti del nuovo, - idee e forme. Ogni mestierante potrebbe credere ben presto di aver soddisfatto tale domanda. - No, non è questo!
I primi romantici sono stati veggenti senza rendersene ben conto; la cultura delle loro anime ha preso inizio dagli accidenti. [...] Lamartine talvolta è veggente, ma strozzato da una forma vecchia. - Hugo, benché troppo testardo, ha pure, delle cose viste negli ultimi volumi: I Miserabili sono una vera poesia.
[...]
I secondi romantici sono molto veggenti; Th. Gautier, Lec. de Lisle, Th. de Banville. Ma siccome indagare l'invisibile e udire l'inaudito è cosa diversa dal riprendere lo spirito delle cose morte, Baudelaire è il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio. Purtroppo egli ha vissuto in un ambiente troppo artistico; e la forma tanto vantata in lui è meschina: il rinvenimento di cose ignote richiede forme nuove.
[...]
La nuova scuola, detta parnassiana, ha due veggenti, Albert Mérat e Paul Verlaine, un vero poeta. - Ecco. - Così, studio di rendermi veggente. [...]


Arthur Rimbaud

POESIE SCELTE

La mia bohème (fantasia)

Me ne andavo con i pugni nelle tasche sfondate
Ed anche il mio cappotto diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero un tuo fedele;
Quanti splendidi amori ho sognato allora!

I miei unici calzoni avevano un gran buco.
- Pollicino sognante, sgranavo nella mia corsa
delle rime. L'Orsa Maggiore era il mio ostello.
- Le mie stelle in cielo facevano un dolce fru-fru;

Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade,
In quelle sere dolci di settembre e sentivo
gocce di rugiada sulla fronte, come un vino gagliardo
E, rimando in mezzo a delle ombre fantastiche,
Come se fossero delle lire, tiravo gli elastici
Delle mie scarpe ferite, un piede accanto al cuore!

Vocali

A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali,
Un giorno dirò le vostre segrete origini:
A, nero corsetto villoso delle mosche lucenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e di tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi di umbelle;
I, porpore, rigurgito di sangue,riso labbra belle
nella collera o nelle ebbrezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni sacre dei mari viridi,
Pace dei pascoli disseminatii di animali, pace delle rughe
Che l'alchimia imprime nelle grandi fronti studiose .

O, suprema Tromba piena di stridori strani,
Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi:
- O l'Omega, raggio violetto dei Suoi Occhi!

L'addormentato nella valle

È un buco di verzura dove canta un ruscello
Follemente appendendo agli steli dei cenci
D'argento; dove il sole, dalla montagna fiera,
splende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.

Un giovane soldato, a bocca spalancata, la testa nuda
e la nuca bagnata nel nasturzio azzurrino,
Dorme; è disteso nell'erba, sotto le nubi,
Bianco nel letto verde su cui piove la luce.

I piedi nei gladioli, dorme. Sorridendo come
Sorriderebbe un bimbo malato, schiaccia un sonno.
Natura, cullalo tu col tuo calore: ha freddo.

I profumi non fanno fremere le sue narici;
Egli dorme nel sole, con la mano sul petto
Tranquillo. Ha due fori rossi sul lato destro.

Ottobre 1870

Il battello ebbro

Appena presi a scendere lungo i Fiumi impassibili,
Mi accorsi che i bardotti non mi guidavan più:
Ignudi ed inchiodati ai pali variopinti,
I Pellirosse striduli li avevan bersagliati.

Non mi curavo più di avere un equipaggio,
Col mio grano fiammingo, col mio cotone inglese.
Quando assieme ai bardotti si spensero i clamori,
I Fiumi mi lasciarono scender liberamente.

Dentro lo sciabordare aspro delle maree,
L'altro inverno, più sordo di una mente infantile,
Io corsi! E le Penisole strappate dagli ormeggi
Non subirono mai sconquasso più trionfante.

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un turacciolo ho danzato sui flutti
Che eternamente spingono i corpi delle vittime.
Dieci notti, e irridevo l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli qualche acida polpa,
L'acqua verde filtrò nel mio scafo di abete
E dalle macchie rosse di vomito e di vino
Mi lavò, disperdendo il timone e i ramponi.

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l'acqua turchese, dentro cui, fluttuando,
Scende estatico un morto pensoso e illividito;

Dove, tingendo a un tratto l'azzurrità, deliri
E ritmi prolungati nel giorno rutilante,
Più stordenti dell'alcol, più vasti delle lire,
Fermentano i rossori amari dell'amore!

Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l'Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l'uomo ha sognato!

Ho visto il sole basso, fosco di orrori mistici,
Che illuminava lunghi coaguli violacei,
Somiglianti ad attori di antichi drammi, i flutti
Che fluivano al tremito di persiane, lontano!

Sognai la notte verde dalle nevi abbagliate,
Bacio che sale lento agli occhi degli Oceani,
E la circolazione delle linfe inaudite,
E, giallo e blu, il destarsi dei fosfori canori!

Ho seguito, per mesi, i marosi che assaltano
Gli scogli, come mandrie di isterici bovini,
Stupito che i lucenti piedi delle Marie
Potessero forzare i musi degli Oceani!

Ho cozzato in Floride incredibili: fiori
Sbocciavano fra gli occhi di pantere con pelli
D'uomo! In arcobaleni come redini tesi
A glauche mandrie soto l'orizzonte dei mari!

Ho visto fermentare gli stagni enormi, nasse
Dove frammezzo ai giunchi marcisce un Leviatano!
Frane d'acqua scuotevano le immobili bonacce,
Cateratte lontane crollavano nei baratri!

Ghiacciaci, soli d'argento, flutti madreperlacei,
Cieli ardenti! Incagliavo in fondo a golfi bruni
Dove immensi serpenti mangiati dalle cimici
Cadon, da piante torte, con oscuri profumi!

Ai bimbi avrei voluto mostrare le dorate
Dell'onda cupa e azzurra, o quei pesci canori.
- Schiune di fiori, mentre salpavo, m'han cullato,
E talvolta ineffabili venti m'han dato l'ali.

Martire affaticato dai poli e dalle zone,
Il mare che piangendo mi addolciva il rullio
Faceva salir fiori d'ombra, gialle ventose,
Ed io restavo, simile a una donna in ginocchio,

Quasi isola, scuotendo sui miei bordi i litigi
E lo sterco di uccelli dagli occhi bioni, e urlanti.
Vogavo ed attraverso i miei legami fragili
Gli affogati a ritroso scendevano a dormire!

Io, battello perduto nei crini delle cale,
Spinto dall'uragano nell'etra senza uccelli,
Né i velieri anseatici, né i Monitori avrebbero
Ripescato il mio scafo ubriacato d'acqua;

Libero, fumigante, di brume viole carico,
Io che foravo il cielo rossastro come un muro
Che porti, leccornie per i buoni poeti,
Dei licheni di sole e dei mocci d'azzurro;

Io che andavo chiazzato dalle lunule elettriche,
Folle trave, scortato dagli ippocampi neri,
Quando il luglio faceva crollare a scudisciate
I cieli ultramarini dai vortici infuocati;

Io che tremavo udendo gemere acento leghe
I Behemot in foia e i densi Maèlstrom,
Filando eternamente sulle acque azzurre e immobili,
Io rimpiango l'Europa dai parapetti antichi!

Ho visto gli arcipelaghi siderei e delle isole
Dai cieli deliranti aperti al vogatore:
- È in queste notti immense che tu dormi e t'esili
Stuolo d'uccelli d'oro, o Vigore futuro?

Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro:
L'acre amore mi gonfia di stordenti torpori.
Oh, la mia chiglia scoppi! Ch'io vada in fondo al mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
Nera e gelida, quando, nell'ora del crepuscolo,
Un bimbo malinconico abbandona, in ginocchio,
Un battello leggero come farfalla a maggio.

Non posso più, bagnato da quei languori, onde,
Filare nella scia di chi porta cotone,
Né fendere l'orgoglio dei pavesi e dei labari,
Né vogar sotto gli occhi orrendi dei pontoni.

Ofelia

I
Sull'acqua calma e nera dove dormon le stelle
La bianca Ofelia ondeggia come fosse un gran giglio,
Ondeggia lentamente, stesa nei lunghi veli...
- Dai boschi più lontani s'odon gridi di caccia.

Sono più di mille anni che la triste Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero.
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
Mormora una romanza nel vento della sera.
Il vento bacia i suoi seni e dispiega in corolla
I grandi veli mossi mollemente dall'acqua;
i salici frusciando piangono sulla sua spalla,

Sull'ampia fronte sognante si china lieve il giunco.
Le ninfee sfiorate le sospirano intorno;
Ella risveglia talvolta, nel sonno di un ontano,
Un nido da cui s'alza un piccolo fremer d'ali;
- Un canto misterioso scende dagli astri d'oro.

II

Oh pallida Ofelia, bianca come la neve!
Si, tu moristi, fanciulla, da un fiume rapita!
- I venti delle vette alte della Norvegia
Ti avevano parlato dell'aspra libertà;

E un soffio, scompigliando la tua chioma fluente,
Al tuo animo sognante portava strani fruscii;
Il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
Nei gemiti degli alberi, nei sospiri delle notti;

E la voce dei mari folli, un rantolo immenso,
spezzava il tuo seno acerbo, troppo umano e troppo dolce;
E un mattino d'aprile un cavaliere pallido,
un povero folle, si sedette muto ai tuoi ginocchi.

Cielo! Amor! Libertà! Che sogno, mia povera folle!
Tu ti scioglievi in lui come la neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavano la parola
- L'Infinito terribile smarrì il tuo sguardo blu!

III
- Ed il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti;
E che ha visto sull'acqua, stesa nei suoi lunghi veli,
La bianca Ofelia ondeggiare, come un gran giglio.

Testa di fauno

Dentro il fogliame, scrigno verde maculato d'oro,
dentro il fogliame esitante e fiorito
di splendidi fiori in cui dorme un bacio,
vivacemente squarciando l'artistico ricamo,

un fauno mostra i suoi denti accesi
e morde fiori rossi con i suoi denti bianchi.
Bruno e sanguinolento, come un vino invecchiato,
il suo labbro scoppia in lunghe risa sotto i rami.

E dopo ch'egli è fuggito - come uno scoiattolo -
la sua risata ancora vibra in ogni foglia,
e si vede, spautito da un fringuello,
l'aureo Bacio del Bosco che si raccoglie in se stesso.

Romanza

I
Non si è mai molto seri, a diciassett'anni.
- Una sera, ti stufi di birre e limonata,
di caffè rumorosi dalle splendide luci!
- E si va sotto i tigli del viale, a passeggiare.

I tigli san di buono nelle sere di giugno!
L'aria è sì dolce a volte, da farti chiuder gli occhi;
Il vento porta suoni, - il borgo è lì vicino,
Porta odori di vigna e profumi di birra...


II
- Ecco si scorge in alto un piccolo brandello
D'azzurro cupo, chiuso da una piccola fronda,
Trapunto da una stella cattiva, che si fonde
con dei fremiti lievi, piccola e tutta bianca...
Giugno! Diciassett'anni! - Ti lasci inebriare.
La linfa è uno champagne che ti sale alla testa...
Si divaga; e si sente un bacio sulle labbra
Che palpita in silenzio, come una bestiolina...


III
Nei romanzi fa il Robinson, il cuore che impazzisce,
- Allor che, nel chiarore di un pallido lampione
Passa una signorina dall'aria deliziosa,
All'ombra del colletto tremendo di suo padre...

E, poiché lei ti trova immensamente ingenuo,
Trotterellando svelta con i suoi stivaletti,
Rivolge il capo, attenta, con movimento lesto...
- Sulle tue labbra allora muoion le cavatine...


IV
Sei innamorato. Fino ad agosto affittato.
Sei innamorato. - I tuoi sonetti La fan ridere.
Gli amici ti abbandonano, sei di cattivo di gusto.
- Poi, una sera, si degna di scriverti l'amata!...

- Ma quella sera... - torni nei caffè luminosi,
Ordini ancora birre oppure limonata...
- Nessuno è può esser serio, quand'ha diciassett'anni,
E i tigli sono verdi lungo la passeggiata.


29 settembre 1870

Alla locanda verde

alle cinque di sera

Dopo otto giorni, avevo straziato le mie scarpe
Sui sassi delle strade. Entravo a Charleroi.
- Alla Locanda Verde: chiesi delle tartine
del burro e del prosciutto che fosse mezzo freddo.

Stesi felicemente le gambe sotto il tavolo
Verde: e contemplai le scenette molto ingenue
Della tappezzeria. - Che momento adorabile,
Quando la ragazza dalle tette enormi e gli occhi vivaci,

- Quella lì non è certo un bacio a spaventarla! -
Mi portò sorridente le tartine imburrate,
E il tiepido prosciutto, in un piatto colorato,

Prosciutto rosa e bianco profumato da uno spicchio d'aglio,
- E mi riempì un boccale immenso, con la schiuma
dorata da un tardivo raggio di sole.


Ottobre 1870

Le repliche di Nina

LUI - Il tuo petto sul mio petto
eh? Ce ne andremo
con le nari piene d'aria
verso il fresco raggio

del buon mattino blu, che ti bagna
del vino quotidiano?...
quando rabbrividendo il bosco stilla
muto d'amore

d'ogni ramo verdi gocce,
candide gemme,
si sente tra le cose schiuse
un fremere come di carni:

sprofonderai tra l'erbe
il bianco lino,
arrossando all'aria il blu che secerne
il grande tuo occhio nero,

amante di campagna,
semina ovunque
come una schiuma di champagne
le tue folli risa:

ridi di me, bruto dall'ebbrezza,
ti prenderò
così, per la tua bella treccia e
oh! berrò

il tuo gusto di lampone e fragola,
o carne in fiore!
Ridendo al vivo vento che ti bacia
come un ladro,

alle rose che galanti ti infestano
amabilmente:
ridendo soprattutto, o folle,
al tuo amante!...

......................................................................................

Diciassett'anni! Tu sarai beata!
Oh, i grandi prati,
grande campagna innamorata,
su, avvicinati!...

- Col tuo petto sul mio petto
cantando in coro,
lenti fino alla foce
e poi al bosco immenso!...

Poi, come piccoli morti,
col cuore in estasi
mi chiederai di portarti,
con l'occhio socchiuso...

e ti porterò, palpitando
nei sentieri:
l'uccello intonerà il suo andante:
Alle Nocciole...

io parlerò nella tua bocca
mi adagerò
come un bimbo accoccolato,
ebbro di sangue

che cola blu sulla tua bianca pelle
e rosea:
e parlandoli senza ritegni...
tieni!... già sai che cosa...

le nostre foreste sapranno di linfa
ed il sole
insabbierà d'oro puro il loro grande sogno
di verde e vermiglio

......................................................................................

A sera?... Riprenderemo il cammino
bianco, all'improvviso
vagheremo, come gregge al pascolo
tutto d'intorno

verso le erbe azzurre
e le tonde mele!
Si sente ad un miglio
il loro forte aroma!

Raggiungeremo il villaggio
a cielo scuro
di latticini sentiremo il profumo
nell'aria serale

si sentirà la stalla piena
di tiepidi fumi,
piena di lenta, ritmica lena
e grandi schiene

biancheggianti sotto un lume
e più in basso
una vacca evacuerà, fiera
ad ogni passo...

Gli occhiali della nonna
sul lungo naso
piantato nel messale: il boccale di birra
dai cerchi di piombo,

schiumeggiante tra le grandi pipe
che spavalde
fumano: le terribili labbra
che affumicate

sbranano con forchette il prosciutto
senza posa:
il fuoco che rischiara giacigli
e bauli;

le natiche grasse e lucide
d'un bimbo paffuto
che in ginocchio infila nella tazza
il bianco muletto

sfiorato da un muso che gronda
gentilmente
leccando la faccia tonda
del piccolo...

Nera, arcigna sulla sedia,
orrida nel profilo,
una vecchia davanti al camino
dipana il filo

cosa vedremo, amore,
in quei tugùri,
quando la chiara fiamma illumina
i vetri scuri!...

- Poi, piccolo e rannicchiato
tra i lillà
freschi e neri: un vetro nascosto
che se la ride...

Verrai, verrai, ché t'amo!
sarà stupendo.
Tu verrai, è cosi, e poi...

LEI - E il mio ufficio?

La stella è pianto rosa

La stella è pianto rosa nel cuor dei tuoi orecchi,
L'infinito rotola bianco dalla tua nuca alle tue reni;
Il mare s'imperla di rosso sulle tue mammelle vermiglie
E l'Uomo è sangue nero al tuo fianco sovrano.

Sensazione

Nelle azzurre sere d'estate, andrò per i sentieri,
punzecchiato dal grano, a pestar l'erba tenera:
trasognato sentirò la frescura sotto i piedi
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò, non penserò più a nulla:
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro,
nella Natura, lieto come con una donna.

UNA STAGIONE ALL'INFERNO

Un tempo, se ben ricordo

Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino in cui si schiudevano tutti i cuori, scorrevano tutti i vini.
Una sera, ho preso la bellezza sulle mie ginocchia.
- E l'ho trovata amara. - E l'ho ingiuriata.
Mi sono armato contro la giustizia. Sono fuggito. Streghe, miseria, odio, è a voi che è stato affidato il mio tesoro!
Io riuscii a cancellare dal mio spirito ogni speranza umana.
Su ogni gioia, per strangolarla, ho fatto il balzo silenzioso della belva feroce.
Ho chiamato i carnefici per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili
Ho chiamato i flagelli, per soffocarmi con la sabbia, col sangue.
La sventura è stata il mio dio. Mi sono disteso nel fango. Mi sono asciugato all'aria del delitto. E ho giocato dei brutti tiri alla follia.
E la primavera mi ha portato il riso orrendo dell'idiota.
Ora, essendomi trovato ultimamente sul punto di fare l'ultima stonatura, ho pensato di ricercare la chiave del festino antico, nel quale io potrei forse ritrovare il mio appetito.
La carità è questa chiave.
- Questa ispirazione prova che ho sognato!
"tu resterai iena, ecc...," protesta il demonio che mi incoronò di così amabili papaveri.
"Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, il tuo egoismo e tutti i peccati capitali."
Ah! ne ho avuti fin troppi: - Ma, caro Satana, te ne scongiuro, una piupilla meno irritata! e in attesa di qualche piccola vigliaccheria in ritardo, stacco per voi che amate nello scrittore l'assenza delle facoltà descrittive od istruttive, questi pochi repugnanti foglietti dal mio taccuino di dannato.

Cattivo sangue

Dei miei antenati Galli ho l'occhio biancazzurro, il cervello stretto, e la goffaggine nella lotta. Trovo il mio modo di vestire barbaro quanto il loro. Ma non ungo di burro la mia chioma.
I Galli erano gli scorticatori di bestie, i bruciatori d'erbe più inetti del loro tempo.
Di loro, ho: l'idolatria e l'amore per il sacrilegio; - oh! tutti i vizi, ira, lussuria, - magnifica, la lussuria; - soprattutto menzogna e accidia.
Ho orrore di tutti i mestieri. Padroni e operai, tutti bifolchi, ignobili. La mano da penna vale la mano da aratro. - Che secolo di mani! - Io non avrò mai la mia mano. Dopo, la familiarità porta troppo lontano. L'onestà della mendicità mi affligge. I criminali sono disgustosi come i castrati: io, sono intatto, e per me fa lo stesso.
Ma! chi ha reso la mia lingua tanto perfida, da guidare e tutelare fino ad oggi la mia pigrizia? Senza servirmi nemmeno del mio corpo per vivere, e più ozioso d'un rospo, ho vissuto dappertutto. Non una sola famiglia in Europa che mi sia sconosciuta. - Famiglie come la mia, voglio dire, che devono tutto alla dichiarazione dei Diritti Dell'Uomo. - Io ho conosciuto tutti i figli di famiglia!

Se almeno avessi degli antecedenti in un punto qualsiasi della storia di Francia!
Ma no, niente.
Mi è del evidente che sono sempre stato di razza inferiore. Non posso comprendere la rivolta. La mia razza non si è mai ribellata se non per predare: come i lupi con la bestia che non hanno ucciso.
Ricordo la storia della Francia, figlia primogenita della Chiesa. Villano, avrei fatto il viaggio in terra santa; ho in mente certe strade nelle pianure sveve, certe vedute di Bisanzio, i bastioni di Solima; il culto di Maria, l'intenerimento sul crocifisso si destano in me fra mille fantasmagorie profane. - Me ne sto seduto, lebbroso, sui vasi rotti e le ortiche, ai piedi d'un muro sgretolato dal sole. - Più tardi, ràitro, avrei bivaccato nelle notti germaniche.
Ah! un'altra cosa: ballo il sabba in una radura rossa, assieme vecchie e bambini.
I miei ricordi non vanno più in la di questa terra e del cristianesimo. Non finirei mai di rivedermi in questo passato. Ma sempre solo; senza famiglia; anzi, quale lingua parlavo? Non mi riconosco mai nei consigli di Cristo; e neanche nei consigli dei Signori, - rappresentanti del Cristo.
Che cos'ero nel secolo scorso? non mi ritrovo che al giorno d'oggi. Non più vagabondi, non più guerre vaghe. La razza inferiore ha ricoperto tutto - il popolo, come suol dirsi, la ragione; la nazione e la scienza.
Oh! la scienza! Tutto è stato ripreso. Per il corpo e per l'anima, - il viatico, - ci sono la medicina e la filosofia, - i rimedi da comare e gli le canzoni popolari adattate. E gli svaghi dei prìncipi e i giuochi che essi proibivano! Geografia, cosmografia, meccanica, chimica!...
La scienza, la nuova nobiltà! Il progresso. Il mondo si muove! Perché mai non dovrebbe girare?
È la visione dei numeri. Andiamo verso verso lo Spirito. È una cosa sicurissima, è oracolo, quel che dico. Io capisco, e non sapendo spiegarmi senza parole pagane, vorrei tacere.

Il sangue pagano riaffluisce! Lo Spirito è prossimo, perché Cristo non mi aiuta, donando alla mia anima nobiltà e libertà? Ahimé! il Vangelo è passato! il Vangelo! il Vangelo.
Attendo Dio con ingordigia. Sono di razza inferiore da tutta l'eternità.
Eccomi sul lido armoricano. Che le città si accendano nella sera. La mia giornata è finita; abbandono l'Europa. L'aria marina mi brucerà i polmoni; i climi lontani mi abbronzeranno. Nuotare, pestare l'erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come un metallo bollente, - come facevano quei cari antenati intorno ai fuochi.
Ritornerò, con membra d'acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell'oro: sarò ozioso e brutale. Le donne son piene di cure di questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo.
Ora io sono maledetto, ho orrore per la patria. La cosa migliore è un sonno da ubriaco, sul greto.

Non si parte. - Riprendiamo il cammino da qui, gravato dal mio vizio, un vizio che ha sprofondato le sue radici di sofferenza al mio fianco, fin dall'età della ragione - che sale al cielo, mi batte, mi travolge, mi trascina.
L'estrema innocenza e l'estrema timidezza. È detto. Non recare al mondo i miei disgusti e i miei tradimenti.
Andiamo! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e la collera.
A chi offrirmi? Quale bestia bisogna adorare? Quale santa immagine aggredire? Quali cuori spezzerò? Quale menzogna devo enunciare? - In che sangue camminare?
Piuttosto, difendersi dalla giustizia. - La vita dura, l'abbruttimento semplice, - sollevare, col pugno inaridito, il coperchio della bara, sedersi, soffocarsi. Così, niente vecchiaia, né pericoli: il terrore non è francese.
- Ah! sono così derelitto che offro ad una qualsiasi immagine divina qualche slancio verso la perfezione.
O mia abnegazione, o mia carità meravigliosa! quaggiù, però!
De profundis Domine, come sono stupido!

Fin da fanciullo, ammiravo il forzato intrattabile su cui si richiude sempre l'ergastolo; visitavo le locande e le camere ammobiliate ch'egli avrebbe potuto consacrare col suo soggiorno; con la sua mente vedevo il cielo azzurro e il travaglio fiorito della campagna; nelle città, fiutavo la sua esistenza fatale. Aveva più forza di un santo, più buonsenso di un viaggiatore - e sé, solamente se stesso! come testimone della propria gloria e della propria ragione.
Sulle strade, nelle notti d'inverno, senza un ricovero, senza vestiti, senza pane, una voce stringeva il mio cuore gelato: Debolezza o forza: eccoti qui, è la forza. Non sai dove ti stai recando né perché, entra dappertutto, rispondi a tutto. Non ti uccideranno più che se fossi cadavere. Al mattino avevo lo sguardo così smarrito e un contegno così smorto, che quelli che mi incontravano non mi hanno forse mai veduto.
Nelle città il fango all'improvviso mi appariva rosso e nero, come uno specchio quando la lampada vaga nella stanza vicina, come un tesoro nella foresta! Buona fortuna, gridavo, e vedevo un mare di fiamme e di fumo nel cielo e, a sinistra, a destra, tutte le ricchezze divampare come un miliardo di folgori.
Ma l'orgia e l'amicizia delle donne mi erano negate. Non un compagno. Mi vedevo davanti ad una folla esasperata, di fronte al plotone d'esecuzione, piangere per l'infelicità che non avessero potuto comprendere, e perdonando! - Come Giovanna d'Arco! - Preti, professori, padroni, vi sbagliate consegnandomi alla giustizia. Non ho mai fatto parte di questo popolo; non sono mai stato cristiano; sono della razza che nei supplizi cantava; non comprendo le leggi; non ho senso morale, sono un bruto: vi sbagliate...
Sì, ho gli occhi sono chiusi alla vostra luce. Sono una bestia, un negro. Ma posso essere salvato. Voi siete dei falsi negri, voi maniaci, feroci, avari. Mercante, tu sei negro; magistrato, sei negro; generale, sei negro; imperatore, vecchia prurigine, sei negro: hai bevuto di quel liquore non tassato, fatto da Satana. - Questo popolo è ispirato dalla febbre e dal cancro. Infermi e vecchi sono talmente rispettabili da chiedere di essere bolliti. - La scelta più astuta sarà abbandonare questo continente in cui la follia va in giro per fornire ostaggi a questi miserabili. Entro nell'autentico regno dei figli di Cam.
Conosco ancora la natura? mi conosco? - Basta con le parole. Seppellisco i morti nel mio ventre. Gridi, tamburo, danza, danza, danza, danza! Non vedo nemmeno l'ora in cui, allo sbarco dei bianchi, cadrò nel nulla.
Fame, sete, gridi, danza, danza, danza, danza!

Sbarcano i bianchi. Il cannone! Basta sottoporsi al battesimo, vestirsi, lavorare.
Ho ricevuto al cuore il colpo della grazia. Ah! non l'avevo previsto!
Non ho fatto il male. I giorni per me saranno lievi, il pentimento mi sarà risparmiato. Non avrò avuto i tormenti dell'anima quasi morta al bene, in cui risale una luce severa come i ceri funebri. La sorte del figlio di buona famiglia, bara prematura coperta di limpide lacrime. Senza dubbio la dissolutezza è stupida, il vizio è stupido; occorre buttar via il marciume. Ma l'orologio non sarà riuscito a suonare solo l'ora del puro dolore! Sarò dunque rapito come un bambino, per giocare in paradiso nell'oblio di ogni sventura!
Presto! ci sono altre vite? - Il sonno nella ricchezza è impossibile. La ricchezza è sempre stato un bene pubblico. Soltanto l'amore divino concede le chiavi della scienza. Mi accorgo che la natura non è che uno spettacolo di bontà. Addio chimere, ideali, errori.
Il canto ragionevole degli angeli si innalza dalla nave salvatrice: è l'amore divino. - Due amori! posso morire d'amore terrestre, morire di dedizione. Ho abbandonato anime la cui pena si accrescerà per la mia partenza! Voi scegliete me fra i naufraghi, e quelli che rimangono non sono amici miei?
Salvateli!
La ragione mi è nata. Il mondo è buono. Benedirò la vita. Amerò i miei fratelli. Non sono più promesse d'infanzia. E neanche la speranza di sfuggire alla vecchiaia e alla morte. Dio fa la mia forza, e io lodo Dio.

La noia non è più il mio amore. Le rabbie, gli stravizi, la follia, di cui conosco tutti gli slanci e i disastri, - tutto il mio fardello è deposto. Apprezzano senza vertigine la vastità della mia innocenza.
Non sarei più capace di affrontare il conforto di una bastonatura. Non mi credo imbarcato per uno sposalizio, con Gesù Cristo per suocero.
      Non sono prigioniero della mia ragione. Ho detto: Dio. Voglio la libertà nella salvezza: come conseguirla? I gusti frivoli mi hanno abbandonato. Non più bisogno di devozione né di amore divino. Non rimpiango il secolo dei cuori sensibili. Ognuno ha la propria ragione, disprezzo e carità: prenoto il mio posto in cima a quest'angelica scala di buon senso.
Quanto alla felicità stabilita, domestica o no.... no, non posso. Sono troppo dissipato, troppo debole. La vita fiorisce grazie al lavoro, vecchia verità: per me, la vita non è abbastanza pesante, vola via ed aleggia lontano, più in alto dell'azione, questo diletto fulcro del mondo.
Come divento zitella, a non avere il coraggio di amare la morte!
Se Dio mi accordasse la calma celeste, aerea, la preghiera, - come i santi antichi. - I santi! dei forti! gli anacoreti, artisti come non ne occorrono più
Farsa perpetua! La mia innocenza finirà col farmi piangere. La vita è la farsa che tutti devono recitare.

Basta! ecco la punizione. - In marcia!
Ah! i polmoni bruciano, le tempie mi rintronano! la notte rotola nei miei occhi, con questo sole! il cuore... le membra...
Dove si va? al combattimento? Sono debole! gli altri avanzano. Gli arnesi, le armi... il tempo!...
Fuoco! fuoco su di me! Qui! o mi arrendo. - Vigliacchi! - Mi ammazzo! Mi butto fra le zampe dei cavalli!
;Ah!...
- Mi ci abituerò.
Sarebbe la vita francese, la via dell'onore!

Notte d'inferno

Ho ingoiato una fenomenale sorsata di veleno. - Tre volte benedetto sia il consiglio che mi è giunto! - Le viscere ardono. La violenza del veleno mi torce le membra, mi rende deforme, mi annienta. Muoio di sete, soffoco, non posso gridare. È l'inferno, la pena eterna! Guardate come il fuoco si ravviva! Brucio come si deve. Va', demonio!
Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza. Come potrei descrivere questa visione? l'aria dell'inferno non tollera gli inni! Erano milioni di creature deliziose, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che so? Le nobili ambizioni!
Ed è ancora vita! - Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuol mutilarsi è ben dannato, non è vero? Mi credo all'inferno, dunque ci sono. È il compimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia infelicità, e avete fatto la vostra. Povero innocente! l'inferno non può intaccare i pagani. - È ancora la vita! Più tardi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Presto, un delitto, che io possa cadere nel nulla, secondo la legge degli uomini.
Taci, ma taci!... Qui è la vergogna, il rimprovero: Satana dice che il fuoco è ignobile, che la mia collera è terribilmente sciocca. - Basta!... Con gli errori suggeriti dagli altri: magie, falsi profumi, musiche puerili. - E dire che ho in mano la verità, che vedo la giustizia: ho un giudizio sano e sicuro, sono pronto per la perfezione... Orgoglio. - La pelle della testa mi si secca. Pietà! Signore, ho paura. Ho sete, tanta sete! Ah! l'infanzia, l'erba, la pioggia, il lago sulle pietre, il chiaro di luna quando il campanile suonava le dodici... a quell'ora sul campanile sta il diavolo. Maria! Vergine Santa!... - Orrore della mia stupidità.
Laggiù, non vi saranno per caso anime buone, che mi vogliono bene?... Venite... Ho un guanciale sulla bocca, non mi sentono, sono fantasmi. E poi nessuno pensa mai agli altri. Non avvicinatevi. Puzzo di bruciato, questo è sicuro.
Le allucinazioni sono innumerevoli. È proprio ciò che ho sempre avuto: nessuna fede nella storia, l'oblio dei princìpi. Non ne parlerò: poeti e visionari sarebbero gelosi. Sono mille volte il più ricco, cerchiamo d'essere avari come il mare.
Questa poi! l'orologio della vita si è fermato poco fa. Non sono più al mondo. - La teologia è cosa seria, certamente l'inferno sta in basso - e il cielo in alto. - Estasi, incubo, sonno in un nido di fiamme.
Quante malizie nell'attenzione nella campagna... Satana, Ferdinand, corre con le sementi selvatiche... Gesù cammina sui rovi purpurei, senza incurvarli... Gesù camminava sulle acque irritate. La lanterna ce lo mostrò ritto in piedi, bianco e con trecce brune, al fianco di un'onda di smeraldo...
Sto per svelare tutti i misteri: misteri religiosi o naturali, morte, nascita, avvenire, passato, cosmogonia, nulla. Sono maestro in fantasmagorie.
Udite!...
Ho tutti i talenti! - Qui non c'è nessuno e c'è qualcuno: non vorrei sperperare il mio tesoro. - Volete canti negri, danze di urì? Volete che scompaia, che mi tuffi alla ricerca dell'anello? Lo olete? Farò dell'oro, dei farmaci.
Su, fidatevi di me, la fede conforta, guida, guarisce. Venite, tutti, - anche i fanciulli, - che io vi consoli, che per voi si effonda il mio cuore, - il cuore meraviglioso! - Poveri uomini, lavoratori! Non chiedo preghiere; con la vostra fiducia e nient'altro sarò felice.
- E pensiamo a me. Tutto ciò non mi fa rimpiangere troppo il mondo. Ho qualche possibilità di non soffrire più. La mia vita non fu che dolci follie, è increscioso.
Bah! facciamo tutte le smorfie immaginabili.
Decisamente, siamo fuori dal mondo. Nemmeno più un suono. Il tatto è sparito. Ah! il mio castello, la mia Sassonia, il mio bosco di salici. Le sere, i mattini, le notti, i giorni.... Come sono spossato!
Dovrei avere il mio inferno per la collera, il mio inferno per l'orgoglio, - e l'inferno della carezza; un concerto di inferni.
Muoio di stanchezza. È la tomba, me ne vado ai vermi, orrore dell'orrore! Satana, buffone, tu vorresti dissolvermi, con le tue malìe. Esigo. Esigo! una forcata, una goccia di fuoco.
&Ah! risalire alla vita! Dare un'occhiata alle nostre deformità. E questo veleno, questo bacio mille volte maledetto! La mia debolezza, la crudeltà del mondo! Mio Dio, pietà, nascondimi, io mi comporto troppo male! - Sono nascosto e non lo sono.
È il fuoco che si ravviva col suo dannato.

Vergine folle

Lo sposo infernale

Ascoltiamo la confessione di un compagno d'inferno:"Oh Sposo divino, mio signore, non rifiutate la confessione della più triste delle vostre ancelle. Sono perduta. Sono ubriaca. Sono impura. Che vita!
"Perdono, divino Signore, perdono! Ah! perdono! Quante lacrime! E ancora quante lacrime più tardi, spero!
Più tardi conoscerò il divino Sposo! Sono nata sottomessa a Lui. - L'altro può anche picciarmi, adesso!
"Per ora, sono in fondo al mondo! Oh amiche mie!... no, amiche no... Mai simili deliri e torture... Che idiozia!
"Ah! io soffro, grido. Soffro davvero. Eppure tutto mi è lecito, gravata dal disprezzo dei cuori più spregevoli.
"Insomma, eccovi questa confidenza, salvo ripeterla altre venti volte, - non meno squallida, altrettanto insignificante!
"Sono schiava dello Sposo infernale, di colui che ha dannato le vergini folli. Proprio lui, quel demonio. Non è uno spettro, non è un fantasma. Ma io che ho perso la saggezza, io che sono dannata e morta al mondo, - non mi uccideranno! - Come descriverlo? Non so più neanche parlare. Sono in lutto, piango, ho paura. Un po' di refrigerio, Signore, se non vi dispiace, sì, se non vi spiace!
"Sono vedova... - Ero vedova... - ma sì, fui molto seria, un tempo, e non ero nata per diventare scheletro!... Lui era quasi un bambino... Le sue delicatezze misteriose mi avevano sedotta. Per seguirlo, ho dimenticato ogni umano dovere. Noi non siamo al mondo. Vado dove va lui, è necessario. E spesso egli s'infuria contro di me, contro di me, povera anima. Demonio! - È un demonio, sapete, non è un uomo.
"Lui dice: 'Le donne non le amo. L'amore è da reinventare, si sa. Ormai loro non possono aspirare ad altro che a una posizione sicura. Conquistata la posizione, cuore e bellezza vengon messi da parte: non rimane che un freddo disprezzo, alimento del matrimonio, oggi. Oppure vedo delle donne con i segni della felicità, delle quali io avrei potuto fare buone compagne, subito divorate da bruti sensibili come roghi...'
"Io lo ascolto mentre fa dell'infamia una gloria, della crudeltà una malìa. 'Appartengo a una razza lontana: i miei padri erano scandinavi: si trafiggevano il costato, bevevano il proprio sangue. Mi farò tagli per tutto il corpo, mi farò dei tatuaggi, voglio diventare ripugnante come un Mongolo: vedrai, urlerò per le strade. Voglio diventare proprio pazzo di rabbia. Non mostrarmi mai dei gioielli, mi trascinerei e contorcerei sul tappeto. La mia ricchezza, la vorrei chiazzata di sangue dappertutto. Io non lavorerò mai...' Molte notti, quando il suo demone mi ghermiva, rotolavamo insieme, lottavo con lui! - Le notti, spesso, si apposta ubriaco per le strade o nelle case, per spaventarmi a morte. - 'Mi taglieranno il collo sul serio; sarà disgustoso.' Oh! quei giorni in cui vuol camminare con l'aria del delitto!
A volte parla, in una sorta di tenero dialetto, della morte che fa pentire, degli infelici che sicuramente esistono, dei lavori penosi, delle partenze che straziano i cuori. Nelle bettole in cui ci ubriacavamo, piangeva considerando quelli che ci stavano attorno, bestiame della miseria. Rialzava gli ubriachi nei vicoli oscuri. Aveva pietà d'una madre cattiva per i bambini piccoli. - Andava in giro con le maniere graziose di una fanciulla al catechismo. - Fingeva d'essere al corrente di tutto, commercio, arte, medicina. - Io lo seguivo, è necessario!
Vedevo tutto l'addobbo di cui, mentalmente, si circondava: vestiti, drappi, mobili; gli attribuivo armi, un altro aspetto. Vedevo tutto ciò che lo riguardava da vicino, come avrebbe voluto crearlo per sé. Quando mi sembrava che avesse lo spirito inerte, lo seguivo, io, in azioni strane e complicate, lontano, buone o cattive: ero sicura di non penetrare mai nel suo mondo. Accanto a quel caro corpo addormentato, quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Nessun altro uomo ebbe mai un desiderio simile. Riconoscevo, - senza temere per lui, - che poteva rappresentare un pericolo grave per la società. Ha forse dei segreti per cambiare la vita? No, mi rispondevo, li cerca soltanto. Insomma, la sua carità è stregata, e io ne sono prigioniera. Nessun'altra anima avrebbe abbastanza forza, - forza della disperazione! - per sopportarla, - per essere amata e protetta da lui. D'altrone, non me lo figuravo con un'altra anima: si vede il proprio Angelo, mai l'Angelo di un altro, - credo. Stavo nella sua anima come in un palazzo che è stato sgomberato per non vedere una persona poco nobile come te: ecco tutto. Ahimé! dipendevo davvero da lui. Ma che cosa voleva con la mia esistenza squallida e vile? Non mi rendeva migliore, anche se non mi faceva morire! Tristemente stizzita, a volte gli dissi: 'Ti capisco'. Lui scuoteva le spalle.
"Così, poiché la mia pena si rinnovava di continuo, e mi ritrovavo più smarrita a i miei stessi occhi, - come a tutti quegli occhi che avessero voluto fissarmi, se non fossi stata condannata per sempre a essere dimenticata da tutti! - avevo sempre più fame della sua bontà. Con i sui baci e i suoi amplessi amici, era davvero un cielo, un cielo cupo quello in cui entravo, e dove avrei voluto che mi lasciassero, povera, sorda, muta, cieca. Ormai mi stavo abituando. Vedevo noi due come bravi ragazzi, liberi di vagare nel Paradiso della tristezza. Ci accordavamo. Molto commossi, lavoravamo insieme. Ma dopo una carezza penetrante mi diceva: 'Come ti sembrerà strano, quando io non ci sarò più, quello che hai passato. Quando non avrai più le mie braccia sotto la nuca né il mio cuore per il tuo riposo, né questa bocca sui tuoi occhi. Perché bisognerà che me ne vada, molto lontano, un giorno. E poi devo aiutarne altri: è il mio dovere. Anche se non troppo appetitoso..., cara anima...' Di colpo mi sentivo, dopo la sua partenza, in preda alla vertigine, precipitato nell'ombra più atroce: la morte. Gli facevo promettere di non abbandonarmi. L'ha fatta venti volte, questa promessa d'amante. Ed era cosa frivola, come quando io gli dicevo: 'Ti capisco.'
"Ah! non sono mai stata gelosa di lui. No, non credo che mi abbandonerà. Che farebbe? Non ha conoscenti, non lavorerà mai. Vuol vivere da sonnambulo. La sua bontà e la sua carità, potrebbero dargli diritto al mondo reale? Ogni tanto dimentico la miseria in cui sono caduta: mi renderà forte, viaggeremo, andremo a caccia nei deserti, dormiremo sui selciati di città sconosciute, senza cure, senza pene. Oppure mi risveglierò, e le leggi e i costumi saranno mutati, - grazie al suo potere magico, - il mondo, pur rimanendo lo stesso, mi lascerà ai miei desideri, alle gioie, alle indolenze. Oh! la vita d'avventure che esiste nei libri per bambini, ho sofferto così tanto, per ricompensarmi, me la darai? Non può. Ignoro il suo ideale. Mi ha detto di avere rimpianti, speranze: tutte cose che non devono riguardare me. Parla con Dio? Forse dovrei rivolgermi a Dio. Sono nel profondo dell'abisso, e non so più pregare.
"Se mi spiegasse le sue tristezze, le capirei meglio dei suoi scherni? Si infuria con me, passa ore ed ore a farmi vergognare di tutto quel che al mondo poteva starmi a cuore, e se piango si indigna.
"'Vedi quel giovanotto elegante che entra nella bella casa serena: si chiama Duval, Dufour, Armand, Maurice, che ne so? Una donna si è consacrata all'amore di quell'iniquo imbecille: è morta, adesso è certamente una santa, in cielo. Tu mi farai morire come lui ha fatto morire quella donna. È la nostra sorte, noi cuori caritatevoli...' Ahimé! c'erano giorni in cui tutti gli uomini che agiscono gli parevano in balia di deliri grotteschi: rideva spaventosamente, a lungo. - Poi, riprendeva i suoi modi di giovane madre. Se fosse meno selvatico, saremmo salvi! Ma anche la sua dolcezza è mortale. Io gli sono sottomessa. - Ah! sono pazza!
"Forse, un giorno sparirà meraviglisamente; ma occorre che io sappia, se deve risalire a un cielo, che io veda un po' l'assunzione del mio amichetto!
Strano ménage!

Alchimia del verbo

A me. La storia di una delle mie follie.
Da molto tempo mi vantavo di possedere tutti i paesaggi possibili, e trovavo risibili le celebrità della pittura e della poesia moderna.
Amavo le pitture idiote, sovrapporte, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per l'infanzia, vecchie opere, ritornelli insulsi, ritmi ingenui.
Sognavo crociate, spedizioni di cui non esistono relazioni, repubbliche senza storie, guerre di religione represse, rivoluzioni del costume, migrazioni di razze e di continenti: credevo a tutti gli incantesimi. Inventai il colore delle vocali! - A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde. - Regolai la forma e il movimento di ogni consonante, e, con ritmi istintivi, mi lusingai di inventare un verbo poetico accessibile, un giorno o l'altro, a tutti i sensi. Riservavo la traduzione.
All'inizio fu uno studio. Scrivevo silenzi, notti, notavo l'inesprimibile. Fissavo vertigini.


Lontano dagli uccelli, da greggi e contadine,
Che bevevo, in ginocchio dentro quella brughiera
Circondata di teneri boschetti di nocciuoli,
Nella foschia di un verde e tiepido meriggio?

Che potevo mai bere in quella giovane Oise,
- Olmi senza voci, erba senza fiori, cielo coperto! -
Bere alle fiasche gialle, lontano dalla cara
Casa? Qualche liquore d'oro, che fa sudare.

Facevo insegna losca di locanda. Il cielo
Venne spazzato via da un temporale. A sera,
L'acqua dei boschi sulle vergini sabbie si perdeva,
Il vento di Dio gettava ghiaccioli negli stagni;

Piangendo, vedevo oro - e non potei bere.


Alle quattro del mattino, d'estate,
Il sonno d'amore perdura.
Sotto i boschetti svapora.
L'odore della sera di festa.

La in fondo, nel vasto cantiere
Al sole delle Esperidi,
Si dimenano digià - scamiciati -
I Carpentieri

Calmi, nei Deserti di muschio,
Preparano i riquadri preziosi
Su cui la città
Dipingerà cieli falsi.

Oh, per questi Operai così belli
Sudditi d'un re Babilonese
Venere! un po' abbandona gli amanti
Dall'anima fatta corona.

Regina dei Pastori
Da' ai lavoratori l'acquavite,
Che plachino le forze in attesa
Del bagno in mare a mezzodì.


Il vecchiume poetico interveniva molto nella mia alchimia del verbo.
Mi abituai all'allucinazione semplice: vedevo indubitabilmente una moschea al posto di un'officina, una scuola di tamburi tenuta da angeli, calessi per le vie del cielo, in fondo al lago un salotto; i mostri, i misteri; un titolo di operetta drizzava terrori davanti a me.
Più tardi spiegai i miei sofismi magici con l'allucinazione delle parole!
Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito. SEro ozioso, in preda a una febbre greve: invidiavo la felicità delle bestie, - i bruchi, che rappresentano l'innocenza del limbo, le talpe, il sonno della verginità!
Il mio carattere s'inaspriva. Dicevo addio al mondo con delle specie di romanze:


CANZONE DELLA PIU' ALTA TORRE

Venga, ben venga il tempo
Di cui ci s'invaghisca.

Ho avuto tanta pazienza
Che sempre mi dimentico.
Timori e sofferenze
In cielo son svaniti,
E la sete malsana
Oscura le mie vene.

Venga, ben venga il tempo
Di cui ci s'invaghisca.

Così la prateria
Tutta in preda all'oblio,
Più vasta, e fiorita
D'incenso e e di loglio,
Al selvaggio ronzio
Delle sudicie mosche.

Venga, ben vengail tempo
Il tempo di cui ci s'invaghisca.

Amai il deserto, i frutteti bruciati, le botteghe avvizzite, le bevande riscaldate. Mi strascicavo per vicoli puzzolenti e, chiusi gli occhi, mi offrivo al sole, dio di fuoco.

"Generale, se resta un vecchio cannone sui tuoi bastioni in rovina, bombardaci con blocchi di terra riarsa. Sugli specchi dei negozi splendenti! nei salotti! Fa' che la città mangi la propria polvere. Ossida le grondaie. Riempi i boudoirs di polvere di rubino rovente..."
Oh! il moscerino inebriato al pisciatoio della locanda, innamorato della borragine, e che un raggio dissolve!


FAME

Se ho voglia, è soltanto
Di terra e di pietre.
Il mio pranzo è sempre aria,
Roccia, carbone, ferro.

Girate, mie mani. Brucate Il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
Delle campanule.

Mangiate i ciottoli infranti,
Le vecchie pietre di chiesa;
I sassi dei vecchi diluvi,
Pani sparsi nelle valli grigie.


Il lupo urlava sotto le foglie
Sputando le piume belle
Del suo pasto di polli:
Come lui mi consumo.

Le insalate, la frutta
Chiedono d'esser colte;
Ma il ragno della siepe,
Mangia solo violette.

Che io dorma! che ribolla
Sugli altari di salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
Si mischia col cedrone.

Infine, o felicità, o ragione, scostai dal cielo l'azzurro, che è un nero, e vissi, scintilla d'oro della luce natura. Dalla gioia, assumevo un'espressione il più possibile buffonesca e balzana:

È ritrovata!
Che? l'eternità.
È il mare che si fonde
Con il sole.

Anima mia eterna,
Mantieni il tuo voto
Malgrado la notte sola
E il giorno di fuoco.

Dunque ti liberi
Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni!
E libera voli...

- Giammai la speranza.
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Il supplizio è sicuro.

Non più domani,
Tizzoni di raso,
E il vostro ardore
È il dovere.

È ritrovata!
- Che? - l'eternità
È il mare che si fonde
con il sole.


Divenni un'opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l'azione non è la vita, ma un modo di sprecare una qualche forza, uno snervarsi. La morale è la fiacchezza del cervello.
A ogni essere, mi sembravano dovute molte altre vite. Quel signore non sa ciò fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Di fronte a molti uomini, parlai ad alta voce con un istante di una delle loro altre vite. - Fu così che amai un porco.
Nessuno dei sofismi della follia, - la follia da manicomio, - fu da me dimenticato: potrei ripeterli tutti, detengo il sistema.
La mia salute fu minacciata. Giungeva il terrore. Sprofondavo in sonni di giorni e giorni, e, alzato, continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per il trapasso, e lungo una via di rischi la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria d'ombra e dei gorghi.
Fui costretto a viaggiare, distrarre gli incantesimi adunati nel mio cervello. Sul mare, che amavo come se avesse dovuto lavarmi da un'immondezza, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall'arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio verme: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per dedicarsi alla forza e alla bellezza.
La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo, - ad matutinum, al Christus venit, - nelle città più oscure:

Oh stagioni, oh castelli!
C'è anima senza difetti?

Ho fatto il magico studio
Della felicità, che non si elude.

Evviva sempre, quando
Canta il celtico gallo.

Ah! non avrò mai più desideri:
Ha cura della mia vita.

L'incanto prese anima e corpo
Disperdendo ogni sforzo.

Oh stagioni, oh castelli!
Ahimè, l'ora della sua fuga
Segnerà l'ora del trapasso.

Oh stagioni, oh castelli!


Questo è successo, oggi so salutare la bellezza.

L'impossibile

Ah! la vita della mia infanzia, la strada maestra per ogni tempo, sobrio sovrumanamente, più disinteressato del migliore dei mendicanti, fiero di non avere né paese, né amici, che sciocchezza era. - E me ne accorgo solo ora!
- Ho avuto ragie a disprezzare quei poveracci che non perderebbero mai l'occasione di una carezza, parassiti della pulizia e della salute delle nostre donne, oggi cheesse vanno così poco d'accordo con noi.
Ho avuto ragione in tutti i miei sdegni: dal momento che evado!
Evado!
Mi spiego.
Ancora ieri, sospiravo ancora: "Cielo! in quanti siamo dannati quaggiù! Quanto tempo ho già trascorso con questa combriccola! Li conosco tutti. Ci riconosciamo sempre; ci troviamo ripugnanti. La carità ci è sconosciuta. Però siamo gentili; i nostri rapporti con la gente sono molto corretti. E c'è da stupirsi? La gente! i mercanti, gli ingenui! - Noi non siamo disonorati. - Ma gli eletti, come ci accoglierebbero? Orbene, ci sono persone irose e allegre, falsi eletti, dato che per avvicinarli abbiamo bisogno di audacia o di umiltà. Sono gli unici eletti. E non sono dei benedicenti!
Avendo ritrovato in me ancora due soldi di ragione - passa presto! - vedo che il mio malessere deriva dal non essermi figurato per tempo che noi siamo dell'Occidente. Le paludi occidentali! Non che io creda alterata la luce, estenuata la forma, stravolto il movimento... Bene! ecco che il mio spirito vuole ad ogni costo farsi carico di tutti gli sviluppi crudeli subiti dallo spirito, dalla fine dell'Oriente in poi... Ha molte pretese, il mio spirito!
... I miei due soldi di ragione sono finiti! - Lo spirito è autorità, esso vuole che io stia in Occidente. Per concludere io come volevo, bisognerebbe farlo tacere!
Mandavo al diavolo le palme dei màrtiri, i raggi dell'arte, l'orgoglio degli inventori, l'ardore dei predoni; ritornavo all'Oriente e alla saggezza primigenia ed eterna. - Pare che sia un sogno di grossolana pigrizia!
Eppure, non è che pensassi troppo al piacere di eludere le sofferenze moderne. Non miravo alla saggezza bastarda del Corano. - Ma non c'è forse un supplizio reale nel fatto che, dopo questa dichiarazione della scienza, il cristianesimo, l'uomo si giuochi, provi a se stesso le evidenze, si gonfi del piacere di ripetere le prove, e viva solo così! Tortura sottile, melensa; fonte delle mie divagazioni spirituali. La natura potrebbe annoiarsi, forse! Monsieur Prudhomme è
nato insieme al Cristo. Non è forse perché abbiamo il culto delle brume? Mangiamo la febbre insieme alle nostre verdure acquose. È l'ubriachezza! e il tabacco! e l'ignoranza! e le abnegazioni! - Com'è lontano tutto ciò dal pensiero della saggezza dell'Oriente, patria primitiva! A che serve un modo moderno, se è per inventare veleni simili!
La gente della Chiesa dirà: Chiaro. Ma tu vuoi parlare dell'Eden. Non c'è niente per te nella storia dei popoli orientali. - È vero; pensavo proprio all'Eden! Che è mai per il mio sogno, questa purezza delle razze antiche!
I filosofi: Il mondo non ha età. Tu sei in Occidente, ma libero di abitare ne tuo Oriente, per quanto arcaico ti occorra, - e di abitarci bene. Non essere un vinto. Filosofi, voi appartenete al vostro Occidente.
Spirito mio, in guardia. Nessuna violenta determinazione di salvezza. Sta' in esercizio! - Ah! la scienza non va abbastanza rapida per noi!
- Ma mi accorgo che il mio spirito dorme.
Se fosse proprio sveglio sempre, cominciando da questo momento, presto saremmo alla verità, che forse ci sta intorno con i suoi angeli in lacrime!... - Se fosse stato desto fino a questo momento, vuol dire che non avrei ceduto agli istinti deleteri, un'epoca immemorabile!... - Se fosse sempre stato proprio desto, starei vogando in piena saggezza!...
Oh purezza! purezza!
È stato questo minuto di risveglio a darmi la visione della purezza! - Mediante lo spirito si va a Dio!
Straziante infortunio!

Il lampo

Il lavoro umano! è l'esplosione che di tanto in tanto illumina il mio abisso.
Niente è vanità; alla scienza, e avanti!" grida il moderno Ecclesiasta, ossia Tutti. Eppure i cadaveri dei malvagi e dei fannulloni ricadono sul cuore degli altri... Ah! presto, fate presto; laggiù, al di là della notte, quelle ricompense future, eterne... le scansiamo?...
- Che fare? Il conosco il lavoro; la scienza è troppo lenta. Che la preghiera galoppa e la luce scroscia... lo vedo pure. È troppo semplice, e fa troppo caldo; faranno a meno di me. Ho il mio dovere, ne sarò fiero al modo di molti, mettendolo da parte.
La mia vita è consunta. Su! fingiamo, poltroneggiamo, che pietà! Ed esisteremo divertendoci, sognando amori mostruosi e universi fantastici, lagnandoci e disapprovando le apparenze del mondo, saltimbanco, accattone, artista, bandito, - prete! Sul mio letto d'ospedale, l'odore dell'incenso mi è tornato così prepotente; custode dei sacri aromi, confessore, martire...
In ciò riconosco la sporca educazione della mia infanzia. E poi!... Tirare avanti vent'anni, se gli altri vanno avanti per vent'anni...
No! no! ora mi ribello contro la morte! Al mio orgoglio il lavoro appare troppo leggero: il mio tradimento al mondo sarebbe un supplizio troppo breve. All'ultimo momento, attaccherei a destra, a sinistra...
Allora, - oh! - povera cara anima, l'eternità sarebbe forse perduta per noi!

Mattino

Non ebbi forse, un tempo, una giovinezza amabile, eroica, favolosa, da scrivere su fogli d'oro, - troppa fortuna! Per quale delitto, per quale errore ho meritato la mia debolezza attuale? Voi che pretendete che le bestie abbiano singhiozzi di dolore, che i malati disperino, che i morti sognino male, cercate di raccontare la mia caduta e il mio sonno. Quanto a me, non posso spiegarmi meglio del mendicante con i suoi eterni Pater e Ave Maria. Io non so più parlare!
Oggi, però, credo d'aver terminato la relazione del mio inferno. Era proprio l'inferno; l'antico, quello di cui il figlio dell'uomo aprì le porte.
Dallo stesso deserto, nella stessa notte, sempre i miei occhi stanchi si ridestano alla stella d'argento, sempre, senza che si commuovano i Re della vita, i tre magi, il cuore, l'anima, lo spirito. Quando mai andremo, al di là dei lidi e dei monti, a salutare la nascita del lavoro nuovo, la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare - per primi! - Natale sulla terra!
Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non malediciamo la vita.

Addio

L'autunno, digià! - Ma perché rimpiangere un eterno sole, se siamo impegnati nella scoperta della chiarezza divina, - lontano dalla gente che muore sulle stagioni.
L'autunno. La nostra barca alta nei vapori immobili si volge verso il porto della miseria, la città enorme di cielo chiazzato di fuoco e di fanto. Ah! le stracci putridi, il pane intriso di pioggia, l'ubriachezza, i mille amori che mi hanno crocifisso! Non finirà mai, questa làmia, regina di milioni di anime e corpi morti che saranno giudicati! Mi rivedo con la pelle corrosa dal fango e dalla peste, con i capelli e le ascelle pieni di vermi, e con vermi ancora più grossi nel cuore, disteso fra sconosciuti senza età, senza sentimento... Avrei potuto morirci... Evocazione orrenda! Detesto la miseria.
E temo l'inverno perché è la stagione della comodità!
- A volte vedo nel cielo plaghe sterminate, ricoperte di bianche nazioni in gioia. Un grande vascello d'oro, al di sopra di me, sventola il pavese multicolore nella brezza del mattino. Ho creato tutte le feste, tutti i trionfi, tutti i drammi. Ho cercato d'inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, lingue nuove. Ho creduto di poter acquisire poteri sovrannaturali. Ebbene! devo seppellire la mia immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria d'artista e di narratore andata in malora!
Io! io che mi ero detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, eccomi qui steso al suolo, con un dovere da cercare, e la realtà rugosa da stringere! Bifolco!
Sono ingannato? La carità sarebbe sorella della morte, per me?
Insomma, chiederò perdono per essermi nutrito di menzogna. E andiamo.
Ma non una mano amica! e dove attingere soccorso? Sì, l'ora nuova è almeno assai severa.
Posso dire comunque che la vittoria è mia: il digrignar di denti, i sibili del fuoco, i sospiri ammorbati si placano. Tutti i ricordi immondi svaniscono. I miei ultimi rimpianti si dileguano, - gelosie per i mendicanti, i briganti, gli amici della morte, i minorati d'ogni sorta. - Dannati, se io mi vendicassi!
Bisogna essere assolutamente moderni.
Niente cantici: mantenere il passo conquistato. Dura notte! il sangue secco fuma sul mio viso, e dietro di me nient'altro che quell'orrendo arboscello!... Il combattimento spirituale è brutale quanto la battaglia degli uomini; ma la visione della giustizia è un piacere di Dio solamente.
Tuttavia, è la vigilia. Accogliamo tutti gli influssi di vigore e di tenerezza reale. E all'aurora, armati di pazienza ardente, entreremo nelle splendide città.
Che parlavo mai di mano amica! Gran privilegio, ch'io posso ridere di vecchi amori menzogneri, e colpire di vergogna queste coppie bugiarde, - ho visto l'inferno delle donne laggiù; - e mi sarà lecito possedere la verità in un'anima e in un corpo.
Aprile-agosto 1873

ILLUMINAZIONI

Dopo il diluvio

Non appena l'idea dei Diluvio si fu pacata, una lepre sostò fra lupinelle e campunule ondeggianti e disse la sua preghiera all'arcobaleno attraverso la tela del ragno.
Oh! le pietre preziose che si nascondevano - i fiori che già guardavano.
Nella grande via sporca si montarono i banchi, e si portarono le barche verso il mare a ripiano alto come sulle stampe.
Si verso sangue, da Barbablù, - nei mattatoi, - nei circhi, dove il sigillo di Dio illividì le finestre. Sangue e latte colarono.
I castori edificarono. I "masagran" fumarono nei piccoli caffè.
Nella grande casa di vetro ancora grondante i bimbi in lutto guardarono le meravigliose immagini.
Una porta sbatté; e sulla piazza dei borgo, il bambino roteò le braccia, compreso delle banderuole e dei galli dei campanili ovunque, sotto lo splendente acquazzone.
Madame*** mise un pianoforte nelle Alpi. La messa e le prime comunioni si celebrarono ai centomila altari della cattedrale.
Le carovane partirono. E lo Splendide-Hôtel fu eretto nel caos di ghiacci e di notte del polo.
Da allora la Luna ascoltò gli sciacalli piagnucolanti tra i deserti di timo - e le egloghe in zoccoli grugnire nel frutteto. Poi, nel bosco violetto, germogliante, Eucari mi disse che era primavera.
Sgorga, stagno, - Schiuma, scorri sul ponte, e sopra i boschi; - drappi neri e organi, - lampi e tuono: - salite e scorrete; - acque e tristezze, salite e ridestate i Diluvi.
Perché da quando si sono dissipati - oh, le pietre preziose ricoperte, e i fiori aperti! - che noia! e la Regina, la Strega che accende la brace nello scaldino di terracotta, non vorra mai raccontarci quello che sa, e che noi ignoriamo.

Infanzia

I
Quest'idolo, occhi neri e crine giallo, senza genitori né corte, più nobile di una favola, messicana e fiamminga; il suo dominio, azzurro e verzura insolenti, si snoda su spiagge
nomate, da onde senza vascelli, con nomi ferocemente greci, slavi, celtici.

Al limitare della foresta - i fiori di sogno squillano, esplodono, rischiarano, - la fanciulla dal labbro d'arancia, con le ginocchia incrociate nel chiaro diluvio che sgorga dai prati, nudità che ombreggiano, traversano e vestono gli arcobaleni, la flora, il mare.
Dame che volteggiano sulle terrazze accanto al mare; fanciulle e giganti, nere superbe nel muschio di verderame, gioielli ritti sul terreno grasso dei boschetti e dei giardinetti in disgelo, - giovani madri e sorelle maggiori con gli sguardi pieni di pellegrinaggi, sultane, principesse dal portamento e dal costume tirannici, piccole straniere e persone dolcemente infelici.
Che noia, l'ora del "caro corpo" e del "caro cuore".

II
È lei, la piccola morta, dietro i rosai. - La giovane mamma defunta scende la gradinata.
- Il calesse del cugino stride sulla sabbia. - Il fratellino piccolo (è in India!) lì, davanti al tramonto sul prato di garofani.
- I vecchi che furono seppelliti in piedi nel terrapieno delle violacciocche.
Lo sciame delle foglie d'oro avvolge la casa del generale. Si trovano nel Mezzogiorno.
- Si segue la strada rossa per giungere alla locanda vuota. Il castello è in vendita; le persiane sono staccate.
- Il curato dev'essersi portato via la chiave della chiesa. - Intorno al parco, i chioschi delle guardie sono disabitati. Le palizzate sono così alte che si vedono soltanto le cime fruscianti. Del resto non c'è niente da fare lì dentro.

I prati risalgono verso i casolari senza galli, senza incudini. La chiusa è alzata. Oh i calvari e i mulini del deserto, le isole e i mucchi di fieno!
Fiori magici ronzavano. I pendii lo cullavano. Circolavano bestie di un'eleganza favolosa. Le nubi si ammassavano sull'alto mare fatto di un'eternità di calde lacrime.

III
Nel bosco c'è un uccello, il suo canto vi ferma e vi fa arrossire.

C'è una pendola che non suona.

C'è un acquitrino con un nido di bestie bianche.

C'è una cattedrale che scende e un lago che sale.

C'è una piccola carrozza abbandonata nel bosco ceduo, o che scende di corsa per il sentiero, infiocchettata.
C'è una compagnia di piccoli attori in costume, intravisti sulla strada attraverso gli ultimi alberi del bosco.

C'è infine, quando si ha fame e sete, qualcuno che ci scaccia.

IV
Io sono il santo, in preghiera sulla terrazza, - come la bestie pacifiche pascolano fino al mare di Palestina.

Sono il sapiente dalla poltrona scura. Pioggia e fronde si buttano contro la finestra della biblioteca.

Sono il viandante della strada maestra nei boschi nani; il rumore delle chiuse copre i miei passi. Osservo a lungo il malinconico bucato d'oro del tramonto.

Potrei proprio essere il fanciullo abbandonato sul molo che si slancia verso l'alto mare, il piccolo valletto che cammina lungo il viale, la cui fronte tocca il cielo.

I sentieri sono aspri. I dossi si ricoprono di ginestre. L'aria è immobile. Come sono lontani gli uccelli e le sorgenti! Non può esserci che la fine del mondo, più in là.

V
Che mi si affitti dunque questa tomba, imbiancata a calce e con le linee di cemento in rilievo - lontanissimo sotterra. Mi appoggio al tavolo coi gomiti, la lampada rischiara vivamente questi giornali che stupidamente rileggo, questi libri privi d'interesse.

A enorme distanza sopra questo salotto sotterraneo, s'impiantano case, si addensano le brume. Il fango è rosso o nero. Città mostruosa, notte senza fine!

Meno in alto, ci sono delle fogne. Ai lati, soltanto lo spessore del globo. Forse voragini d'azzurro, pozzi di fuoco. Forse è su questi piani che s'incontrano lune e comete, mari e favole.

Nelle ore d'amarezza immagino sfere di zaffiro, di metallo. Sono padrone del silenzio. Perché mai una parvenza di spiraglio dovrebbe impallidire all'angolo della volta?

Frasi

Quando il mondo sarà ridotto a un solo bosco nero per i nostri quattro occhi stupiti, - ad una spiaggia per due bambini fedeli, - a una casa musicale per la nostra chiara simpatia, - io ti troverò. Non ci sia quaggiù che un vecchio solo, calmo e bello, circondato da un "lusso inaudito", - e sono alle tue ginoc- chia.
Che io abbia realizzato tutti i tuoi ricordi, - che io sia colei che sa avvinghiarti, - ti soffocherò.

* * *

Quando siamo molto forti, - chi arretra? molto lieti, - chi casca nel ridicolo? Quando siamo molto cattivi, - che fare di noi?
Adornatevi, danzate, ridete. - Non potrò mai buttare l'Amore dalla finestra.

* * *

- Mia compagna, mendicante, bambina mostro! come ti sono indifferenti queste sventurate e queste manovre, e i miei imbarazzi. Attaccati a noi con la tua voce impossibile, la tua voce! unica lusinga di questa disperazione vi- le.

* * *

Una mattinata nuvolosa, di luglio. Un odore di cenere vola nell'aria; - un profumo di legno che trasuda nel ca- mino, - i fiori macerati - la devastazione delle passeggiate - la nebbiolina dei canali per i campi - perché non già i balocchi e l'incenso?

* * *

Ho steso corde da campanile a campanile; ghirlande da finestra a finestra; catene d'oro da stella a stella, e danzo.

* * *

L'alto stagno fuma di continuo. Quale strega sta per levarsi sul tramonto bianco? Quali fronde violette stanno per scendere?

* * *

Mentre i fondi pubblici si scialacquano in feste di fratellanza, una campana di roseo fuoco rintocca fra le nuvole.

* * *

Ravvivando un piacevole gusto d'inchiostro di China, una polvere nera piove dolcemente sulla mia veglia. - Abbasso la fiamma della lampada, mi butto sul letto, e girato dalla parte del letto vi vedo, fanciulle mie! mie regine!

Veglie

I
È l'amico né ardente né debole. L'amico.

È l'amata né tormentosa né tormentata. L'amata.

L'aria e il mondo per nulla cercati. La vita.

- Era dunque questo?

- E il sogno rinfresca.


II
La luce torna sull'albero dell'edificio. Dalle due estremità della sala, arredi banali, si congiungono elevazioni armoniche. Il muro di fronte a chi è veglia è una successione psicologica di spaccati di fregi, strisce atmosferiche e accidente geologiche. – Sogno intenso e rapido di gruppi sentimentali con esseri d’ogni carattere fra tutte le apparenza.

III
Veglia
Le lampade e i tappeti della veglia fanno il rumore delle onde, di notte, lungo lo scafo e intorno allo steerage.

Il mare della veglia, è come i seni di Amelia.

La tappezzeria, fino a mezza altezza, boschi di merletto, verde smeraldo, in cui si gettano le tortore della veglia..

Il frontone del focolare nero, veri soli sui greti: ah! pozzi di magie; unica veduta d'aurora, questa volta.

Mistico

Sul pendio della scarpata gli angeli ravvolgono le loro vesti di lana nell'erba d'acciaio e di smeraldo.
Prati di fiamme balzano fino in cima al poggio. A sinistra il terriccio del crinale è calpestato da tutti gli omicidi e da tutte le battaglie, e tutti i rumori dei disastri inseguono la loro curva. Dietro il crinale di destra la linea degli orienti, dei progressi.
E mentre la striscia in alto del quadro è formata dal rumore avvolgente e scattante delle conche dei mari e delle notti umane,
La dolcezza fiorita delle stelle e del cielo e del resto discende di fronte alla scarpata, come un cesto, - contro il nostro viso, e fa l'abisso odoroso e turchino là sotto.

Alba

Ho abbracciato l'alba d'estate.
Nulla si muoveva ancora sulla fronte dei palazzi. L'acqua era morta. Le aree d'ombra non lasciavano la strada del bosco.
Ho camminato, destando gli effluvi vivi e tiepidi, e le pietre preziose guardarono, e le ali si levarono senza rumore.

La prima impresa fu, nel sentiero già colmo di fresche e livide luminosità, un fiore che mi disse il suo nome.

Risi al wasserfall biondo che si scapigliò attraverso gli abeti: dalla cima argentata riconobbi la dea.

Allora tolsi a uno a uno i veli. Nel viale, agitando le braccia. Per la pianura, dove l'ho denunciata al gallo.
Nella grande città ella fuggiva tra i campanili e le cupole, e correndo come un mendicante sui lungofiumi di marmo, io l'inseguivo.

In cima alla strada, vicino a un bosco di lauri, l'ho avvolta con i suoi veli raccolti, e ho sentito un po' il suo immenso corpo.
L'alba e il ragazzo caddero giù nel bosco.

Al risveglio era mezzogiorno.

Barbaro

Molto tempo dopo i giorni e le stagioni, e gli esseri e i paesi.
La bandiera di carne sanguinolenta sulla seta dei mari e dei fiori artici; (non esistono).
Guariti dalle vecchie fanfare d'eroismo - che seguitano ad aggredirci il cuore e la testa - lontano dagli antichi assassini -
Dolcezze!
Oh! La bandiera di carne sanguinolenta sulla seta dei mari e dei fiori artici (non esistono).
Dolcezze!
I bracieri, a pioggia sotto raffiche di brina, - Dolcezze! - i fuochi sotto la pioggia del vento di diamanti lanciato dal cuore terrestre eternamente carbonizzato per noi. - O mondo! -
(Lontano dai vecchi eremi e dalle vecchie fiamme, che si odono, che si sentono,)
I bracieri e le schiume. La musica, vertigine d'abissi e urto dei ghiacci contro gli astri.
O dolcezze, o mondo, o musica! E là, le forme, i sudori, le capigliature e gli occhi, galleggianti. E le lacrime bianche, cocenti, - o dolcezze! - e la voce femminile giunta in fondo ai vulcani e alle grotte artiche.
La bandiera...

Vent'anni

Le voci istruttive esiliate... L'ingenuità fisica amaramente acquietata... - Adagio - Ah! l'egoismo infinito dell'adolescenza, l'ottimismo studioso: com'era pieno di fiori il mondo, quell'estate! Le arie e le forme morenti... - Un coro, per calmare l'impotenza e l'assenza! Un coro di vetri, di melodie notturne... Infatti i nervi stanno per saltare.

Genio

Egli è l'affetto e il presente perché ha voluto la casa aperta all'inverno schiumoso e al rumore dell'estate, lui che ha purificato le bevande e i cibi, lui che è il fascino dei luoghi fugaci e la delizia sovrumana delle soste. Egli è l'affetto e l'avvenire, la forza e l'amore che noi, in piedi nella rabbia e nella noia, vediamo passare nel cielo di tempesta e bandiere d'estasi.
Egli è l'amore, misura perfetta e reinventata, ragione meravigliosa e imprevista, è l'eternità: macchina amata delle qualità fatali. Tutti abbiamo conosciuto lo spavento della sua concessione e della nostra: o godimento della nostra salute, slancio delle nostre facoltà, affetto egoista e passione per lui, lui che ci ama per la sua vita infinita...
E noi lo ricordiamo ed egli viaggia... E se l'Adorazione se ne va, risuona, la sua promessa risuona: "Indietro queste superstizioni, questi antichi corpi, queste coppie e queste età. Questa è l'epoca che ha fatto naufragio!"
Egli non se ne andrà, non ridiscenderà da un cielo, non compirà la redenzione dell'ira delle donne e dell'allegria degli uomini e di tutto questo peccato: poiché è avvenuto, egli essendo, ed essendo amato.
Oh ilsuo respiro, le sue teste, le sue corse; la terribile celerità della perfezione delle forme e dell'azione.
Oh fecondità dello spirito e immensità dell'universo!
Il suo corpo! La liberazione sognata, l'infrangersi della grazia pervasa da una violenza nuova!
La sua vista, la sua vista! tutte le antiche genuflessioni e le pene riscattate grazie a lui.
Il suo giorno! L'abolizione di tutte le sofferenze sonore e mobili nella musica più intensa.
Il suo passo! le migrazioni più enormi delle invasioni antiche.
Oh lui e noi! L'orgoglio più benevolo delle carità perdute.
Oh mondo! e il canto chiaro delle nuove sventure!
Egli ci ha conosciuti e tutti ci ha amati. Sappiamo, in questa notte invernale, da un promontorio all'altro, dal polo tumultuoso al castello, dalla folla alla spiaggia, di sguardo in sguardo, con le forze e i sentimenti spossati, invocarlo e vederlo, e allontanarlo, e sotto le maree e al sommo dei deserti di neve, seguire i suoi sguardi, il suo alito, il suo corpo, la sua luce.

CANZONI

A.R. di Roberto Vecchioni



La miseria di una stanza a Londra
le fumerie di Soho:
già grande si buttava via
E sua madre nel fienile, nel ricordo:
vecchia, scassata borghesia
Ribaltare le parole, invertire il senso
fino allo sputo,
cercando un'altra poesia
E Verlaine che gli sparava e gli gridava:
"non lasciarmi, no
non lasciarmi, vita mia"...


E nave, porca nave vai
la gamba mi fa male, dai
le luci di Marsiglia non arrivan mai
"Un hydrolat lacrimai lave
les cieux vert-chou, les cieux vert-chou
sous l'arbre tendronnier qui bave vos cautchous"...


Portoghesi, inglesi e tanti altri uccelli di rapina
scelse per compagnia;
quella voglia di annientarsi, di non darsi,
e basta, basta poesia;
e volersi fare male al punto di finire, lui,
mercante d'armi
fra l'Egitto e la follia,
e una negra grande come un ospedale
da aspettare,
e poi la gamba e l'agonia


E nave, porca nave vai,
ho freddo e manca poco, dai,
le luci di Marsiglia non arrivan mai
Ho visto tutto e cosa so,
ho rinunciato, ho detto "No",
ricordo a malapena quale nome ho:
Arthur Rimbaud, Arthur Rimbaud,
Arthur Rimbaud...

LAND di Patti Smith



[...] Life is filled with holes, Johnny's laying there, his sperm coffin Angel looks down at him and says, “Oh, pretty boy, Can't you show me nothing but surrender ?” Johnny gets up, takes off his leather jacket, Taped to his chest there's the answer, You got pen knives and jack knives and Switchblades preferred, switchblades preferred Then he cries, then he screams, saying Life is full of pain, I'm cruisin' through my brain And I fill my nose with snow and go Rimbaud, Go Rimbaud, go Rimbaud, And go Johnny go, and do the watusi, oh do the watusi [...]

GOMMA dei Baustelle



settembre spesso ad aspettarti e giorni scarni tutti uguali fumavo venti sigarette e groppi in gola e secca sete di te tue cartoline-condoglianze "hello bastardo ci vediamo" l'adolescenza che spedivi sulle mie tenebre incestuose-osé ed il futuro stava fuori dalla new wave da liceale così speravo di ammalarmi o perlomeno che si infettassero i bar novembre mio facevi freddo la fronte frigo il polso a zero sporcare specchi era narcosi "potrei scambiare i miei 'le ore' con te ?" tremavo un po' di doglie blu e di esistenza inutile vibravo di vertigine di lecca-lecca e zuccheri vespe d'agosto in caldo sciame per provinciali bagni al fiume mi pettinavo un po' all'indietro superficiali ricreative pietà sabato sera dentro un buco e disco-gomma-americana leccavo caramelle amare e primavere già sfiorite con te e già ti odiavo dal profondo avevo piombo da sparare se stereofonico posavo d'imbarazzante giovinezza lamé e fantascienza ed erezioni che mi sfioravano le dita tasche sfondate e pugni chiusi "avrei bisogno di scopare con te"

WILD CHILD dei Doors



All right

Wild child full of grace
Savior of the human race
Your cool face

Natural child, terrible child
Not your mother's or your father's child
Your our child, screamin' wild

An ancient rulage of grains
And the trees of the night
Ha, ha, ha, ha

With hunger at her heels
Freedom in her eyes
She dances on her knees
Pirate prince at her side
Stirrin' into a hollow idols eyes

Wild child full of grace
Savior of the human race
Your cool face
Your cool face

Do you remember when we were in Africa?

ZERO dei Bluvertigo



Chi mi ama non mi vuole correggere,
infondo si tratta solo di essere buoni o cattivi
a certe cose che dici non pensi neanche
e se sei nervoso è solo perchè vivi in città
percorsi esistenziali monza-milano
e se prendi il concorde arrivi prima di partire
soddisfatto d'esserti anticipato
psico-dramma, oppure psico-reato
poter migliorere peggiorando
la notte serve a scrivere romanzi
-ti dispiace essere un mio sogno erotico?-
se l'uno è la verità, il due è la materia
il tre è: "tutto ciò che senso ha?"
il cattivo tenente si trova da blockbuster
chi fa film di questo tipo si descrive o inventa tutto?
c'è chi muore per quello che fa e chi ogni tanto si concede
di non essere bravo, gli tocca reincarnarsi

io è un altro
lo zero non esiste
niente è nulla
tutto è mio

la soluzione non è l'oriente,
ma poter scegliere di andarci a piacimento, l'innamoramento
come motore universale
ma è come non aver detto niente:
ti piace springsteen? o.k. non c'è problema
in tutto quello che la gente fa, nei giudizi
non è che cosa ma come lo si fa
anche il solo dire "io" è un messaggio
senza un'idea non ci si alza dal letto, purtroppo

la questione è l'interesse nelle cose z.e.r.o.
il messaggio è conservare bottiglie vuote z.e.r.o.

NON SI PUÒ ESSERE SERI A 17 ANNI dei Têtes de Bois con Daniele Silvestri



Testo adattato da Romanza, poesia di Arthur Rimbaud.

Non si può essere seri a 17 anni
Locali rumorosi di luci sgargianti
Con i bicchieri pieni di limonate fresche
E sotto i tigli verdi passeggiare lenti

E sono belli i tigli quando giugno arriva
E l’aria è cosi dolce che se la si respira
Si sente bene il suono della città vicina
Si sente bene il vino mischiato alla benzina

E poi all’improvviso guardare più lontano
Scoprire un po’ di cielo in mezzo a qualche ramo
E quell’azzurro scuro pare trafitto appena
Da una stellaccia bianca che dolcemente trema

17 anni a giugno e ci si lascia andare
La linfa è uno champagne che ti farà ubriacare
Sulle labbra schiuse a immaginare un bacio
E poi dimenticare di non averlo dato

Mentre il cuore sogna romanzi d’appendice
sembra di vedere in quella poca luce
il volto di una donna che donna non è ancora
però come si muove se ti guardasse muori

e visto che ti trova immensamente ingenuo
mentre fa ballare leggermente il seno
lei si gira e segui il movimento
poi non parli più però rimani attento

e sei innamorato innamorato perso
sarai noleggiato fino al 30 agosto
e gli amici intorno se ne andranno presto
fino al giorno in cui ti avrà risposto

e quella sera andrai al solito locale
stessa limonata identico rumore
non si può essere seri a 17 anni
sotto i tigli verdi a passeggiare lenti

DANS LA JUNGLE di Renaud



Traduzione italiana del testo francese di Renaud :

Tre anni nella giungla
legata, imbavagliata
da quei pazzi circondata,
quegli angeli illuminati
Che t'hanno imprigionata,
o meglio, presa in ostaggio
della loro triste guerra
persa ormai da tanto tempo
Loro che volevano, un tempo,
la libertà e il diritto
sputano sulla giustizia
prendendosela con te
Disprezzano la vita
e la donna che sei
e in punta ai loro fucili
la vittoria è appassita
Ti aspettiamo, Ingrid
e pensiamo a te
non saremo liberi
che quando tu lo sarai
Tre anni nella giungla
legata, imbavagliata
con quei portapistola
diventati i tuoi carcerieri
Che ti citano Stalin
o ti leggono Mao
a te che, m'immagino,
preferiresti Rimbaud

Forse, come me,
una volta li credevi
figli di Che Guevara
e portatori di luce
Ma la loro lotta finale,
il mattino della gran sera
sono l'odio ed il male
e soprattutto i dollari
Ti aspettiamo, Ingrid
e pensiamo a te
non saremo liberi
che quando tu lo sarai
Io non conosco il nome
di tutti quelli come te
che marciscono in prigione
ostaggi di qua e di là
Senza nome, dimenticati,
vittime di conflitti
in cui, da ogni parte,
imperversa la barbarie
Ai narcotrafficanti
a un potere corrotto
a un presidente indegno
voi pagate il tributo
Allora, cantando per te,
Ingrid, voglio anche
ricordare che combatti
contro un doppio nemico
Ti aspettiamo, Ingrid
e pensiamo a te
non saremo liberi
che quando tu lo sarai
Tre anni nella giungla
legata, imbavagliata
col vento che sferza
i tuoi capelli spettinati
Tu resti, malgrado tutto
serena ed elegante
la tua rivincita su quei folli
è di restare viva
Per tutti quelli che ami
e che non ti dimenticano
che vogliono spezzare quelle catene
che non ti spezzeranno mai
Il tuo nome è sinonimo,
Ingrid Bétancourt
di coraggio e di amore
contro l'esercito del crimine
Ti aspettiamo, Ingrid
e pensiamo a te
non saremo liberi
che quando tu lo sarai
E non saremo liberi
che quando tu lo sarai.

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ARTHUR RIMBAUD: Audio-documentario italiano trasmesso da Rai Radio 3 :



ARTHUR RIMBAUD: Documentario francese diviso in quattro parti :






MILLE GRAZIE A

All'artista Manuele Fior: gli ho chiesto il permesso di poter abbellire la homepage del sito con la sua stupenda illustrazione di Rimbaud. Mi ha subito risposto di sì. Grazie di cuore, Manuele; ho fatto bene a preferirti a Jean Cocteau!
Invito i visitatori di LocandaRimbaud ad ammirare le altre bellissime opere dell'artista nel suo personale sito: Manuelefior.com
A Mr Css&Jquery, nonché gran consigliere di flat design: il mio amico web designer Rinaldo Coccia.
Trovate i suoi interessanti tutorial su YourIspirationWeb, e i restanti articoli su QDSS. Presto nascerà il suo website personale. Sei !IMPORTANT, Rinaldo :)
Alla Professoressa Moscato, prima rimbaudiana conosciuta, a cui ai tempi del liceo una volta dissi - Ma chère prof, Rimbaud est aussi dans mon coeur!
All'immenso saggista e scrittore Graham Robb, autore dell'accuratissimo, lucidissimo, miglior saggio dedicato a Rimbaud.
Consiglio a tutti gli estimatori di leggerlo; si chiama semplicemente - Rimbaud - in Italia edito da Carocci, col sottotitolo - Vita e opere di un poeta maledetto -
A Véronique, Bruno, Claudia, Alessandro, Evita, Roberta, Daniele e Francesco. Ho cercato di creare un sito il più bello possibile perché piacesse anche a voi!
e all'esploratore e poeta Arthur Rimbaud.

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